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Cristina de Medici
Le MANI DI BETTY

CAPITOLO I

     La storia che segue racconta di come Betty si sia lasciata prendere. Ma forse ho solo immaginato che ciò accadesse.

     Gli eventi invece sono tutti reali, anche se le modalità secondo cui certe situazioni hanno avuto luogo sono state modificate per impedire che qualcuna delle persone coinvolte potesse riconoscersi od essere riconosciuta. Anche i pensieri e le motivazioni di Betty potrebbero non essere quelli veri. Ma non perché falsi o imprecisi, piuttosto perché incompleti: credo che per una donna come Betty sia impossibile rivelarsi e definirsi mai per intero a qualcuno, e comunque, di certo, non lo ha fatto con me. È per questo, forse, che posso continuare a pensarla con tutte le perfezioni che le ho viste e, in più, anche quelle che posso, verosimilmente, regalarle con l’immaginazione. Per esempio ho voluto pensare ad una Betty vulnerabile. Una contraddizione in termini, temo.

 

    All’esterno inizia  appena a diffondersi le prime luci dell’alba, la donna che si gira incessantemente nel letto ha il corpo imperlato di gocce di sudore, nonostante la temperatura mite da tarda primavera. Accanto a lei, su un comodino, alcune confezioni di calmanti, un bicchiere pieno per metà e una bottiglia di Ron cubano “Legendario” una delle marche migliori, ormai vuota.

     Una gatta grigia gironzola tra i vestiti sparsi senza un ordine, capi costosi dall’eleganza affascinante e sobria nello stesso tempo. Un Cartier d’oro che indica  le prime ore del mattino, nel bracciale vi sono due lettere incise e un collier prezioso di alta gioielleria giace invece a terra dall’altra parte del letto. Un impercettibile avvallamento e le lenzuola leggermente spostate hanno ospitato fino a qualche minuto prima una delle donne più influenti della città, il procuratore Amanda Dorelli. Che ora si aggira per la casa, insonne, aspettando la crisi che arriverà.

Si sta avvicinando, ormai può sentirla prepararsi. L'appartamento è immerso nell’oscurità, salvo le spie luminose verdi e i display azzurri dei tanti congegni elettronici sparsi un po’ ovunque. Solo una luce flebile proviene dal salone, dove il procuratore cerca ora di distrarsi leggendo una rivista d’arte. I mobili che arredano la sua casa denotano, in effetti, uno spiccato buon gusto moderno e un certo amore per la linearità. Poche suppellettili e colori tenui creano uno spazio che riesce a trasmettere calore pur non perdendo in eleganza. Il procuratore sfoglia le pagine senza concentrazione, rannicchiata in un divano. Riconosce immagini amate, ma non riesce ad immergersi interamente nella loro visione perché la mente resta fissata altrove.

     Le domande che si pone sono molte, e la assillano da mesi. Tutte riguardano invariabilmente la ragazza che ora occupa il suo letto. Si chiede che cosa desideri veramente da lei, e perché non riesca a fare a meno della sua presenza, che pure le costa così cara, perché da quando la conosce sa che cosa significhi, profondamente, la mancanza. Non sono solamente le notti passate a fare a meno di lei, quando invece avrebbe voluto trovarla rientrando a casa, e averla vicino mentre riusciva finalmente a rilassarsi dagli orrori del suo lavoro, liberando la mente accanto a lei, ma soprattutto la sensazione chiara ed ineludibile di aver trovato in lei la chiave significativa della sua esistenza.

     Assurdo, naturalmente. Impensabile, naturalmente. Eppure così dannatamente vero. Il suo senso di appagamento, la sua soddisfazione, ma, doveva pur dirlo, la sua Betty ecco, quella era la parola, “Betty”. Betty dipendente. Da una prezzolata sfuggente e psichicamente scossa della quale non riusciva più a fare a meno. Doveva anche dirsi di non averla mai neppure avuta, perché comprare la compagnia di qualcuno non è la stessa cosa che averla semplicemente. Non pensava a sé come una persona continuamente umiliata da un desiderio frustrato; piuttosto doveva constatare come ogni possibilità di gioia fosse per lei legata agli andamenti incerti e incostanti di una donna che forse non aveva mai detto una verità intera nemmeno a se stessa.

La notte per lei è stata come ogni volta meravigliosa, ed è per questa ragione che avrebbe dovuto imporsi di pagare e mandare via la ragazza appena ottenuto ciò per cui la pagava. Ma purtroppo quello che desiderava realmente era averla accanto, e quindi le aveva chiesto di restare, pur sapendo che cosa sarebbe accaduto.

     La donna, dal salone si porta nuovamente in camera da letto, siede su una poltrona di fronte alla ragazza distesa, e aspetta. L’attende vede intensificarsi il respiro della non dormiente, la sua cassa toracica alzarsi e abbassarsi al ritmo di un dolore interiore. Lo sa, il parossismo non tarderà, e allora si alza e va a sedersi sul letto, accanto all’inafferrabile oggetto del suo desiderio che si agita nel sonno. Sa che tutto finirà solo quando lei, svegliandosi, griderà “no!” Disperato, la mente piena di paura per qualche istante, prima di riprendere, superato un leggero imbarazzo per il fatto di trovarsi lì. L’atteggiamento sicuro proprio della donna bella, desiderata e facoltosa che è. Strano a pensarci, non sapere con chi sia stata il giorno prima e con chi sarà domani. Eppure la desiderava, non poter fare a meno di accettare tutto per vedersi concessa anche solo qualche ora, nessun diritto da poter esercitare, ogni prerogativa annullata dall’indifferenza di una giovane donna che, se lo decide, può scegliere di fare a meno di tutto e di tutti.



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Pizzo Nero-Black Lace - Pubblicazione periodica - Direttore responsabile: Gian Franco Borelli - Registrazione Tribunale di Modena n.1363 del gennaio 1997
 
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