Borelli Editore

Borelli Editore

HOME PAGEEDITORECATALOGOVARIAPIZZONEROLINKS

 
Borelli Editore
 











 
Translate this page with google
 
Annamaria P. Lakme
THE ITALIAN GIRL

CAPITOLO I

     Fu anche nello stesso periodo che mi  avvicinai alle donne; mi veniva più facile.

Iniziai a farmi le ragazze e uccidevo l’imbarazzo di fare sesso, con quel veleno dal sapore orribile, chiamato alcol.

Erano tutte belle, quelle che sceglievo o, perlomeno, lo erano sotto l’ effetto dell’alcol. Amavo le donne e non dovevo essere, poi così brutta, se a volte riuscivo a convertire qualche devota al fallo: le etero convinte, fidanzate da cento anni.

     Il fatto è che la donna è curiosa e molto più portata per l’ignoto e l’intraprendenza sessuale degli uomini.

     Me ne facevo anche due o tre alla volta, più ne avevo più mi divertivo a farle ve­nire. Il patto era che loro potevano fare tutto tranne penetrarmi in qualsiasi modo; a loro sembrava una scelta da vera lesbica, in realtà ero vergine e ci tenevo a rimanere tale, non so perché.

     Mi leccavano le cosce, mi mordevano i polsi, mi infilavano la lingua nell’ ano, mi stringevano i capezzoli tra i denti e ci colavano sopra cera da candelabri, la leccavano e ci stavano contemporaneamente una, due, tre, anche quattro lingue affusolate che solo le donne hanno, me la baciavano come fosse un fiore fragile e delicato, un’orchidea rarissima ma che aveva tanto bisogno di bagnarsi…     
A volte  ero dominata, altre  la dominatrice.

     Dopo molti preliminari, le facevo venire con un particolare movimento delle dita: le succhiavo e poi, fradice della mia saliva le mettevo qualche millimetro al di sopra del clitoride e iniziavo a fare su e giù, come una piccola sega al loro piccolo pene, va­riavo la pressione aumentandola poco a poco, poi muovevo  in circolo fino all’ orga­smo assicurato, oh!

Fare sesso con le donne che sceglievo, e volevano, non era un semplice toc­carsi e godere, era un sogno, una situazione estemporanea alla vita quotidiana, senza identità individuali, ma qualcosa come un quadro dove ogni elemento fa parte del di­pinto nella sua unità; un Monet en plein air, dove il fiume miscela, con la tecnica del pointillage, il suo colore alle magnolie e, con la brezza, lo stesso colore si posa sulla passeggiata di una signora.

     Cambiavo una ragazza ogni sera, mi eccitava vederle ansimare, avere un’espressione quasi di sofferenza mentre godevano, sapere esattamente dove toc­carle e sentirle bagnare, lasciando le mie mani e la bocca inzuppate del loro piacere.

 L’odore che esalavano le loro fiche era di gamberetto fresco, proprio come diceva Verlaine nelle sue poesie erotiche.

     Quando mi innamoravo, finiva sempre in tragedia e questo mi piaceva, mi dava la sensazione di avere amato davvero e in  modo romantico, come in un libro di altri tempi.
Frequentavo i locali dark e quando andavo in discoteche d’altro tipo, mi sentivo un’emarginata.

In fondo ero contenta di non essere uguale a quelli che non mostravano alcun tipo di creatività, fantasia, arte.

Era importante mantenersi diversi dagli altri, soprattutto perché non mi sopporta­vano comunque.

     Facevo sempre troppo casino, ero troppo triste o allegra, timida o spavalda, a se­condo dei miei sbalzi d’umore.

    Smisi di bere quando iniziai a scolarmi boccette di Valium.

Nei locali non ci andavo più: mi addormentavo prima, a casa, e rimanevo a scrivere di visioni e percezioni per tutta la notte.

Neanche il Valium riuscì a curare la mia insonnia.

Tantomeno i disturbi d’alimentazione.      
     Lo specchio della mia profondità interiore, divenuto incontenibile nell’involucro corporeo, scoppiò e la sua anima di vetro si lanciò tutta nella mia carne e ogni giorno spingeva sempre più verso l’interno.

Mi svegliavo e già provavo dolore, pensando al mondo esterno e  al fatto che avrei dovuto avere contatti con altri esseri umani durante la giornata: a scuola, alle lezioni di danza, in teatro.

 

     Non fu facile procurarsi l’eroina, non frequentavo ambienti malfamati.

 Ma una sera il destino me la fece incontrare, come se tutte le mie preghiere di volerla far finita fossero state ascoltate per incanto.       
Un ragazzo che conoscevo da tempo, mi disse che aveva iniziato a prenderla ed era contentissimo, ne parlava poeticamente, l’aveva dipinta come una polvere molto meno paurosa di quello che si sentiva dire.

La vidi come l’unica soluzione a tutti i miei problemi. Avevo letto di lei nelle biogra­fie dei poeti simbolisti, miei amati compagni di spleens… Pensavo  che non mi sarei mai ridotta come i drogati della “Stazione”.

Volevo solo morire, dolcemente.      
     Dopo essermi messa d’accordo, A. (non metterò il nome per esteso perché po­trebbe riconoscersi, il bastardo!) mi venne a prendere a casa.

     Mi ero messa un abito molto bello, perché, se dovevo morire, volevo essere bella.

Iniziammo a fare un giro in macchina, in zone terribili della metropoli, dove anche la polizia non s’azzardava a farsi vedere troppo; lui diceva che era necessario, così non ci avrebbe fermato nessuno, mentre la prendevamo. Non sapevo nulla di queste cose, non avevo mai usato droghe.



«- indietro
   Borelli Editore, Via Cardinal Morone 21 - 41100 Modena Italy - E-mail: info@borellieditore.it
Pizzo Nero-Black Lace - Pubblicazione periodica - Direttore responsabile: Gian Franco Borelli - Registrazione Tribunale di Modena n.1363 del gennaio 1997
 
Copyright © Borelli Editore P.Iva 01710830363 tutti i diritti riservati
Sito ottimizzato per Internet Explorer